Il Prosecco

"Che Tipo Di Vino", l'aggregatore di notizie sul mondo del vino, vi parla del Prosecco.

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Franciacorta Extra Brut Sullali

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Idee giovani, per anagrafe e per freschezza, si muovono in Franciacorta. Idee che vedono protagonisti figli d’arte di produttori franciacortini e che testimoniano l’emergere di una nuova generazione che cerca un proprio spazio nel campo del vino e lo fa con linguaggi, iniziative, mezzi decisamente diversi da quelli usati da genitori e nonni.
E’ notizia di qualche mese fa la nascita dell’Associazione FAN Franciacortappassionati, formata da una cinquantina di giovani franciacortini uniti dalla comune passione per la propria terra e ovviamente per il Franciacorta.
Un’associazione, come efficacemente è stato scritto, composta da “un manipolo di ragazzi che il Franciacorta lo producono (in famiglia, ma anche in proprio) e vogliono raccontarlo in un’altra maniera. Vogliono raccontare il Franciacorta in jeans (però di marca). Il linguaggio dei bar della movida serale, quello dei social network e quello dei blog”.
Giovani che vogliono entrare e dire la loro scompaginando alcune certezze acquisite, tipo quella che il Franciacorta è buono, ma è caro. E che si tratta di un prodotto più adatto agli adulti che ai giovani. Un prodotto che, chissà perché, anche nei bar franciacortini, viene proposto da molti gestori, nel “rito” dell’happy hour o dell’aperitivo, molto meno di sovente di quanto accada con un generico Prosecco.
Che non ha nessun legame con il territorio, ma costa poco (e consente al barista di guadagnare di più) e ha un nome che funziona bene. Anche in Franciacorta.
Questi giovani franciacortappassionati puntano invece a fare simpaticamente, in maniera diretta e non noiosa cultura, ad aiutare a distinguere tra un Satèn e un Extra Brut e un Dosage Zero, a promuovere un’idea di consumo consapevole e orgoglioso. E meritano di essere seguiti, anche sulla loro (poteva forse mancare?) pagina Facebook.
Come non essere del resto d’accordo con loro quando dichiarano che “solo se il Franciacorta inizierà ad essere riconosciuto e bevuto sul nostro territorio, solo quando i ragazzi che escono la sera per bere l’aperitivo chiederanno un Franciacorta con la chiara consapevolezza di cosa stanno bevendo, solo allora si avrà la certezza del successo di un vino e del suo territorio!”?
Tra i più attivi fautori di questa associazione, due autentici figli d’arte, rampolli di quel bravo produttore attivo ad Erbusco nella propria cantina di proprietà e nella “avventura” Derbusco Cives che è Giuseppe Vezzoli. Jessica e Dario Vezzoli non contenti di collaborare con i genitori e di essere insieme ad altri coetanei tra i principali fautori di FAN Franciacorta AppassioNati, hanno pensato bene di “inventarsi” un loro Franciacorta.
E lo hanno fatto in maniera del tutto personale, e giovane nel modo di presentarsi del vino, nel suo packaging e nella sua etichetta, che è opera di quel bravo “eno-designer” che è il bergamasco Giacomo Bersanetti, nel nome e nella concezione tecnica del vino. Nelle sue caratteristiche organolettiche.
Un vino, il Sullali Extra Brut, tiraggio 2009 sboccatura agosto 2011, prodotto da uve Chardonnay in purezza, 24 mesi di affinamento sui lieviti, che loro stessi definiscono, con un certo coraggio, come “un nuovo modo di concepire il Franciacorta” che “nasce dall’idea di creare un prodotto che rispecchi a pieno le qualità di una terra straordinaria.
La rivisitazione in chiave moderna del Metodo Ancestrale permette a questo Franciacorta di compiere la rifermentazione in bottiglia utilizzando gli zuccheri residui derivanti dalla prima fermentazione”.
La scheda tecnica ci dice che il Sullali “è un Franciacorta realizzato mediante l’uso di uve accuratamente selezionate, dalle quali si prende solo il mosto derivante dalla spremitura più soffice dell’acino. Dopo la prima fermentazione e la maturazione in vasche di acciaio, Sullali è imbottigliato con lieviti specifici per la rifermentazione, senza aggiunta di zuccheri esterni.
Alla sboccatura, una piccola aggiunta di liqueur d’expedition, prodotta utilizzando una parte del vino originale, permette di ottenere un prodotto in versione Extra Brut”.
Il risultato è un vino che anche grazie al suo nome, che richiama il Nabucco di Verdi, trasmette immediatamente un’idea vincente di leggerezza e di fragranza, un vino che senza indulgere in inutili giovanilismi è giovane, per idea e per gusto, adatto a giovani palati, ma capace di reggere bene l’affinamento in bottiglia.
Colore paglierino brillante molto luminoso, perlage sottile e continuo, presenta un naso molto fresco, fragrante, leggero, delicato, intensamente profumato di fiori bianchi e agrumi, con accenni di crosta di pane e una leggera cremosità.
L’attacco in bocca è fresco, ben secco e deciso, con dinamismo e bolla croccante, una certa consistenza e una notevole continuità, ottimo equilibrio, piacevolezza, acidità ben bilanciata che dà slancio al bicchiere e lo mantiene vivo e ben teso. Una prova d’esordio che lascia bene sperare per il futuro di questa giovane azienda e dei suoi giovani protagonisti.

Un nome comune per i metodo classico italiani: cui prodest?

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Ancora un altro tentativo dopo Classimo e Talento? No grazie!

Ha fatto molto discutere ed è stato ripreso da diversi siti Internet e blog l’appello del Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella (che anche questo blog ha pubblicato) perché si smetta di chiamare i metodo classico, e segnatamente i Franciacorta Docg, “bollicine” o “spumanti”.
Non chiamarli più in quel modo confuso, che non comunica nulla di preciso, per abituarsi a chiamarli con il loro nome: Trento Doc, Franciacorta Docg, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg. E parlando di vini prodotti con il metodo Charmat Prosecco Doc o Prosecco di Conegliano Valdobbiadene Docg o Asti Docg.
Tra le reazioni all’appello del presidente del Consorzio della zona vinicola bresciana due in particolare mi hanno colpito. Entrambe opera di due giornaliste del vino, nonché wine blogger, che in qualche modo esprimono un’identica convinzione.
Sul suo blog Geisha Gourmet la giornalista trentina Francesca Negri, in un post si dice persuasa che “la vera sfida è trovare un nome d’appeal per definire i metodo classico italiani” e lancia a sua volta un appello: “troviamo un nome per i metodo classico italiani che sia bello tanto quanto Champagne… Mica facile, eh? Mentre ci penso qualcuno di voi ha idee?”.
Dal canto suo la giornalista veronese Elisabetta Tosi sul suo blog Vino pigro sembra essere perfettamente in sintonia con la collega, annotando: “Riassumendo: il Franciacorta è un Franciacorta, il Trentodoc è un Trentodoc, il Prosecco un Prosecco e il Durello un Durello. Ci siamo? Ok. Compito per casa n.1: trovare un nome comune che designi questa particolare tipologia di vini, senza riguardo al fatto che siano o meno a DocVietato usare, come detto, le generalizzazioni “bollicine” o “spumanti”.
Compito per casa n.2: mentre i linguisti sono al lavoro, andate a spiegare le nostre sottigliezze ai nuovissimi consumatori, come i russi o i cinesi. Sì, proprio quelli che miscelano l’Amarone della Valpolicella con la Pepsi Cola”.
La sua convinzione della necessità di trovare “un nome comune” per quelle che comunemente vengono chiamate “bollicine” viene spiegata in maniera articolata e per certi versi ineccepibile: “Seriamente: chi si ribella ai termini spumante/bollicine ha perfettamente ragione.
Ma la soluzione prospettata da Zanella, a mio avviso, per quanto ineccepibile, poco si presta ad una rapida penetrazione di questi prodotti in mercati dalla cultura enologica ancora piuttosto confusa e traballante (ma con il portafoglio generoso, e molta voglia di bere made in Italy).
E’ vero che nè il Trentodoc, nè il Franciacorta, al momento, (e purtroppo), sono così diffusi sui mercati esteri: ma prima o poi lo saranno (siamo molto fiduciosi). Speriamo che nel frattempo si sia trovata una soluzione a questo vacuum linguistico, o continueremo a ritrovarci con un contenuto (il vino) senza il contenitore (la parola che lo designa)”.

Tutto bene, ma c’è un ma. Entrambe le colleghe giornaliste (e blogger) dimenticano che un tentativo di trovare un nome e una casa comune per il metodo classico italiano (non credo che la Tosi pensi ad un ipotetico nome comune che metta insieme Franciacorta, Trento e Prosecco) c’è già stato, anzi due.
Lo ricorda molto bene in un commento ad un post pubblicato proprio su Geisha Gourmet, una persona, Angelo Rossi, che per anni ha avuto ruoli di grande responsabilità come direttore del Comitato vitivinicolo trentino. Rossi solo pochi mesi fa annotava: “Per la cronaca, l’intesa sul cognome si era trovata con il termine “classimo”, mix fra classico e massimo. Peccato che sull’onda della soddisfazione per il delicato e difficile accordo raggiunto tutti, all’infuori di un redattore de La Repubblica, non s’avvidero che “classimo” in greco significa flatulenza… insomma, non presentabile.
Il disgusto e la delusione furono grandi e ci si riprese solo dopo altre stagioni di incontri giungendo alfine al “Talento”. Ma Franciacorta, che nel frattempo aveva cominciato a crescere, non volle sottostare all’egemonia culturale di Trento e si chiamò fuori.
Talento fu in seguito “regalato” al Ministero per l’Agricoltura che lo tutelò con un decreto nazionale che lo rese disponibile per tutti indistintamente. Ovviamente perse fascino, Franciacorta addirittura lo vietò ai suoi. E’ tutt’ora utilizzato da chi sente il bisogno, soprattutto presentandosi all’estero dove il confronto è con lo Champagne, il Cava spagnolo ed il Deutscher Sekt, di avere un “cognome” da affiancare al nome della denominazione territoriale (es. Trento). Franciacorta e Trento (diventato Trentodoc) che tentano di percorrere singolarmente le strade del mondo, sono – da questo punto di vista – su una strada sbagliata”.
Tentativi di riesumazione di cadavere
a parte, che lasciano il tempo che trovano e, basta leggere l’elenco delle aziende aderenti per capire come l’operazione non abbia avuto alcun successo e non abbia alcuna ragionevole possibilità di fare meglio in futuro, non c’è nessuno oggi in Italia che di fronte ad uno scenario tanto ampio e diversificato del metodo classico, che può contare su diverse zone di produzione, alcune dotate di una peculiare denominazione d’origine, controllata o controllata e garantita, ma anche su una serie di prodotti non dotati di una propria identità che vengono realizzati dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, pensi di porre nell’agenda delle cose urgenti e importanti da fare l’ipotetica ricerca di un appellativo comune.
Che se anche, nella migliore delle ipotesi, grazie alla straordinaria e celeberrima creatività e fantasia italica, risultasse il più bello, alato, affascinante possibile, non verrebbe mai utilizzato, per una chiara e definitiva scelta di identificazione zona-prodotto fatta da uno dei principali soggetti del panorama del metodo classico italiano. Per chi non avesse capito la Franciacorta.
Perché dunque perdere tempo ed energie per cercare un qualcosa che non serve e che ancora una volta non verrebbe utilizzato da tutti e non potrebbe mai essere un nome comune?

Lo so bene che in Francia hanno trovato un eccellente soluzione per definire alcuni, non tutti, méthode champenoise prodotti in altre regioni che non sono la Champagne, ovvero Alsace, Bordeaux, Bourgogne, Jura, Limoux, Loire. E l’hanno trovata rivendicando l’utilizzo esclusivamente in Francia (con la singolare estensione al Luxembourg) del termine Crémant.
Ma se anche per assurda ipotesi il Presidente del Consiglio Super Mario Monti riuscisse ad ottenere dalla Comunità Europea una speciale autorizzazione per definire Crémant anche i nostri vari metodo classico, siamo sicuri che verremmo a trovarci di fronte ad un fronte comune composto da Crémant di Franciacorta, Crémant di Trento, Crémant di Alta Langa, Crémant dell’Oltrepò Pavese?  E la stessa cosa accadrebbe se invece che Crémant li chiamassimo… Cremosi…
Suvvia, siamo seri! Non facciamo prima e non siamo certi di ottenere risultati migliori e mi rivolgo in primis ai comunicatori del vino, ai giornalisti, ad abituare i consumatori italiani a chiamarli con il loro nome, con quello che attualmente, senza alcun bisogno di aggiungere altre definizioni, riportano già in etichetta?

Spumante batte Champagne: e l’informazione va a farsi… benedire.

Fonte: Le Mille Bolle Blog

A proposito di un trofeo conquistato alle Vinalies

Spiace molto tirare le orecchie ad un vecchio e simpatico collega come il toscano Emanuele Pellucci, che conosco e umanamente apprezzo da una vita, ma di fronte ad una “notizia” del genere, seppure data dall’edizione on line di un rivista che non gode proprio della mia considerazione come Civiltà del bere, non posso che “prendere cappello” e chiedermi a che razza di informazione ci si trovi di fronte.
Spumante batte Champagne al Vinalies Internationales
il titolo, assurdamente trionfalistico, sparato da una testata che, storicamente, ha sempre legato i buoi al carro degli interessi delle Grandi Aziende del Vino italiane. E che ha sempre scelto di celebrarle con un ruolo quasi da “fiancheggiatore” o portavoce.
Ecco, testualmente, le prime righe di questa cosiddetta “news”. “Una bella notizia per la spumantistica italiana arriva da Parigi, dove al concorso Vinalies Internationales, una delle principali competizioni enologiche mondiali, il Talento Metodo Classico Eliseo Bisol Cuvée del Fondatore 2002 dell’azienda Bisol Desiderio & Figli di Santo Stefano Valdobbiadene (Treviso) si è aggiudicato il trofeo quale migliore spumante assoluto della competizione, battendo la forte concorrenza francese degli Champagne.
Una bella soddisfazione anche per il “nostro” Federico Castellucci, direttore generale dell’Oiv, chiamato sul palco durante la cerimonia conclusiva al prestigioso hotel George V, a proclamare l’assegnazione del trofeo di categoria. Il successo dell’azienda veneta è stato completato da una seconda medaglia d’oro al Prosecco di Valdobbiadene Desiderio Jeio e da una d’argento al Prosecco di Valdobbiadene Garnèi”.
Mi chiedo: ma come si può realisticamente strillare, come Civiltà del bere ha tranquillamente fatto, all’affermazione di un qualcosa che non esiste, lo “spumante” su un prodotto reale, di lunghissima storia, universale blasone, rinomanza mondiale, come lo Champagne?
E come si può pensare, pur con tutto il doveroso rispetto per il prodotto in sé e per l’azienda produttrice, che a livello di comunicazione e di corretta informazione per il consumatore, possa avere un senso l’affermazione di un metodo classico italiano prodotto da un illustre prosecchista Docg, che si presenta in etichetta senza una denominazione d’origine ma semplicemente con il nome posticcio di Talento, su un metodo classico a denominazione per antonomasia come lo Champagne?
Capisco che per la rivista risultasse doveroso suonare propagandisticamente la grancassa per i colori italiani ricordando che al concorso parigino organizzato dall’Unione degli enologi di Francia, cui hanno partecipato 3363 campioni provenienti da 44 Paesi, l’Italia, partecipante con 90 vini, abbia ricevuto 23 medaglie, di cui 9 d’oro e 14 d’argento, e sottolineare che “le nostre bollicine hanno avuto molto successo visto che anche un’altra azienda, la Al Canevon di Valdobbiadene ha ottenuto 2 medaglie d’oro per i suoi Prosecco di Valdobbiadene anche in versione Cartizze”, ma per correttezza dell’informazione sarebbe bastato… informarsi di più.
Ad esempio andare sul sito Internet del Concorso internazionale, e scoprire come fosse maturata l’affermazione dello “spumante” sullo Champagne. E vedere come il Talento si fosse affermato in una categoria di vini, testualmente definiti “Effervescent”, dove accanto al metodo classico italiano vincitore figuravano indistintamente, giudicati in un’allegra e caciarona confusione, prodotti profondamente diversi tra loro come Crémant de Loire, Crémant de Limoux, Crémant de Luxembourg, Crémant de glace e sparkling ice canadesi, Cava, Sekt tedeschi, método tradicional brasiliani, Conegliano Valdobbiadene Docg, Charmat Serra Gaucha del Brasile e, incredibile dictu, Champagne.
Che non si capisce bene con quale costrutto, anche se presentati soprattutto da grandi cantine cooperative e da nomi non particolarmente prestigiosi, accettino di partecipare ad un concorso dove devono schierarsi ai nastri di partenza accanto a cose che non hanno nulla ma proprio nulla a che spartire con l’antica nobile tradizione champenoise.
Basta scorrere l’elenco completo dei 115 vini “effervescent” premiati
, dove troviamo a medaglia méthode traditionnelle réserve che vengono venduti sul Web a meno di 8 euro, o méthode traditionnelle de Loire da 10 euro, per capire non solo che da contesti e confronti enologici del genere bisognerebbe starsene (come hanno fatto giudiziosamente produttori di TrentoDoc e Franciacorta Docg) alla larga.
E che gonfiare e menare vanto per i colori italiani, come Civiltà del bere ha fatto, per il risultato di una simile competizione dove ad esempio, come la rivista puntualmente sottolinea, c’è stata una “importante affermazione anche per la piemontese Giordano, che si è aggiudicata ben 6 medaglie d’argento per vini di Piemonte, Puglia e Toscana”, e dove le medaglie sono andati a vini italiani non proprio entusiasmanti, non ha proprio assolutamente senso.
Se si vuole fare ancora dell’informazione indipendente e non altro…

Per il Cava consumi domestici in aumento in Spagna nel 2011. Bene anche l’export

Fonte: Le Mille Bolle Blog


Ottime notizie per il Cava, il metodo classico spagnolo prodotto nella regione del Penedès, sia dal punto di vista dei consumi interni che dell’export.
Come scrive il sito Internet specializzato Mercados del vino, in una cornice generale di consumi domestici di vino in calo in Spagna, un decremento nell’ordine dell’1,6%, che diventa del 2,7% per i vini senza denominazione di origine (i vini a denominazione calano quasi dell’uno per cento e del due a valore), “las cavas o espumosos con denominación de origen crecieron un 6,5% en volumen, hasta los 27,9 millones de litros, y un 6,7% en valor, hasta 145,3 millones de euros” i cava o “espumosos” con denominazione d’origine hanno avuto un incremento del 6,5% a volume e del 6,7% in valore.
Quasi 28 milioni di litri consumati per un valore di 145,3 milioni di euro.
Il presidente del Consejo Regulador del Cava, Gustavo García Guillamet ha a questo proposito dichiarato: “A pesar de la crisis en la que estamos viviendo, las cifras nos demuestran que los españoles no prescinden del cava en los momentos especiales”, afirmó Guillamet. “El cava tiene esta facultad y virtud única, que convierte cualquier momento en un momento mejor“, ovvero che nonostante la crisi economica gli spagnoli non rinunciano al Cava nei momenti speciali.

Le cose vanno bene anche per l’export, e come si legge in questa notizia pubblicata sul sito Internet del Consejo Regulador della DO Cava, alle previsioni di consumo di 37 milioni di bottiglie di Cava durante le festività natalizie (un milione in più rispetto al 2010), si abbinano i dati relativi ai primi nove mesi del 2011, che parlano di una vendita totale di oltre 150 milioni di bottiglie, con un incremento del 2,8% rispetto ai primi nove mesi del 2010. Aumento del 2,45% sul mercato interno e del tre per cento su quelli esteri.
La Germania, con quasi 24 milioni di bottiglie vendute nei primi nove mesi del 2011 si conferma il primo mercato estero, con un incremento del 3,8% rispetto al 2010, al secondo il Regno Unito, che con diciannove milioni di bottiglie conosce una flessione del 3,1%.
Al terzo posto il Belgio con 14,5 milioni di bottiglie vendute, e una crescita del 2,3%. Belgio dove solo dieci anni fa, nel 2001, si vendevano solo settecentomila bottiglie.
Interessante performance anche in Francia, con quasi tre milioni di bottiglie vendute nei primi nove mesi del 2011 e un incremento del 16,9%, mentre tra i Paesi emergenti si segnalano Cina, Russia e Brasile, con crescite rispettivamente del 115,4%, 60,17% e 49,3%.

Anteprima Amarone 2008. Franco Manzato: Avanguardia Assoluta

Fonte: DesignWine

“Il Veneto è a livello mondiale un incredibile ed eccellente modello produttivo”. Lo ha ribadito l’assessore regionale all’agricoltura Franco Manzato, in occasione dell’Anteprima Amarone 2008 a Verona, dove “ho voluto esserci per testimoniare personalmente l’attenzione nei confronti del nostro migliore vino rosso che, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è affermato ai vertici dell’apprezzamento mondiale:  una novità relativamente recente, che ha meno di un secolo – ha affermato – ma che si consolida sempre più come must, con salde radici nella tradizione enologica plurimillenaria della Valpolicella, del veronese e del Veneto”.

“Per quanto mi riguarda – ha aggiunto – non è piaggeria definirlo il migliore vino del mondo, a fronte di una pubblicistica ancora oggi prevalentemente orientata sui tagli bordolesi. E’ una avanguardia assoluta che, come sistema enologico regionale, dobbiamo sfruttare, tutti assieme e senza gelosie, per internazionalizzare sempre più una produzione veneta di vini che ha un cuore antico e braccia forti, che ricerca anno per anno le strade del futuro, tra terroir e innovazione, che ha una sua identità d’area vasta pur essendo la più variegata, e per questo completa, del mondo. Wine Entusiast ha classificato il Veneto come il più bel territorio del vino italiano, l’unico della penisola tra dieci territori mondiali del vino. La cosa non stupisce e c’era solo da domandarsi perché non se ne fossero accorti prima”.

“Noi abbiamo tre incredibili punte – ha detto ancora Manzato – per convincere i mercati che non c’è vino più caratterizzato e migliore al prezzo più competitivo: parlo dell’Amarone per i vini rossi, del Prosecco per gli spumanti e del Soave per i vini bianchi, che hanno la possibilità di fare una massa critica interessante. Dovremo creare una squadra per elaborare strategie di commercializzazione innovative all’altezza del merito dei nostri vini, rispetto ad un sistema mondiale di distribuzione molto concentrato e che rischia di essere l’arbitro unico delle sorti del prodotto. Non è possibile fare la strada necessaria senza la convinta e diretta partecipazione dei nostri operatori ed è anche su questo fronte che intendo impegnarmi – ha concluso Manzato – senza l’ansia di rinchiudermi entro confini territoriali che possono essere troppo stretti rispetto alle fortune di un Made in Italy che dobbiamo sostenere per ottimizzare le ricadute su tutte le nostre particolarità”.

 

La bocca della verità Ma non possono essere “bollicine” ovunque!

Fonte: Le Mille Bolle Blog

La bocca della verità di questa settimana è quella del mio caro amico Giovanni Arcari from Brescia, che sul suo blog Terra uomo cielo, in un post che condivido dalla prima all’ultima riga e che potete leggere qui paragona la corsa alle bollicine cui si assiste un po’ in tutta Italia, da parte di “aziende che fino a ieri hanno prodotto tutt’altro in un territorio che di fatto non produce metodo classico e che continua, nel suo insieme, a non produrne”, alla merlotizzazione e cabernettizzazione che ha infestato i vigneti italiani dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
E la paragona al ragionamento confuso e pasticciato che ha portato fior di produttori, come al solito mal consigliati da winemaker spregiudicati, a produrre vini con le uve bordolesi anche in zone non vocate, perché tanto tiravano e venivano richiesti dal mercato.
Lascio la parola ad alcuni estratti dell’articolo di Giovanni, che vi invito a leggere attentamente e mi chiedo, ma quale credibilità possono avere bollicine, metodo classico o semplicemente Charmat, prodotte in zone che non vantano alcuna tradizione con questa tipologia di vini e che a questa tipologia oggi si avvicinano, pensando di cavalcare un trend fortunato che sembrerebbe premiare il consumo di “bollicine”, per pura furbizia e calcolo oppure per disperazione?
La parola ad Arcari.
“Come dimenticare gli anni dell’euforia del vino quando l’italiano medio, abbagliato dall’eldorado del vino francese, pareva aver capito tutto e piantava cabernet e merlot anche nel ventre della moglie? La formula era semplice: nel Mondo si vende bordeaux, che è fatto con i due vitigni sopra citati quindi, pianto le stesse uve e vedrai che funziona!
Ogni azienda nel listino aveva un merlot, un cabernet o un taglio bordolese. Nei territori in cui l’identità di prodotto non esisteva –e ancora non esiste- il fenomeno del “bordolese style” e della tendenza di mercato, ha fatto –e continua a fare- più vittime della peste. Tornando alla scelta di cosa e come produrre, non trovate che un fenomeno simile si stia prospettando anche nella produzione di metodo classico?”.
E ancora: “Puglia, Sicilia, Marche solo per citarne alcune… oggi il mercato vede di buon occhio le bolle ed io sono sufficientemente curioso e pronto da degustarle allegramente tutte provenienti da ogni parte del globo ma, non credete che oltre a disorientare il consumatore che identifica il territorio con il prodotto e viceversa, il tutto possa finire com’è finito il “bordolese style” degli anni ’90, in altre parole con un costante inflazionarsi dell’identità dei territori e dei vini?
Se negli anni ’90 era l’euforia del mercato a generare scelte che poi si sono rivelate fallimentari, oggi tali politiche le possiamo attribuire alla disperazione?”

Champagne Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut s.a. Agrapart

Fonte: Le Mille Bolle Blog

L’ho sempre pensato e ne sono profondamente convinto che la forza della Champagne, oltre che nel grande impatto, mediatico e commerciale, delle Grandi Maison, che oltre a comprendere larga parte in termini quantitativi della produzione, riescono a veicolare un messaggio fortissimo, facile da recepire da larga parte dei consumatori di tutto il mondo, sta nella capacità di ragionare e operare diversamente, pur sempre in una coerente logica champenoise, proposta da quel tessuto vastissimo di piccole e medie aziende che formano l’universo, il tessuto connettivo dei Récoltant Manipulant (R.M.).
Pur con tutto il rispetto, doveroso, per le cuvées, anche le più importanti e ambiziose delle Maison, sono gli Champagne artigianali di queste che da noi chiameremmo piccole aziende agricole, a dare la misura intera di come solo in Champagne e nient’altro che in Champagne si possano produrre grandi vini con le bollicine che da qualsiasi altra parte del mondo é letteralmente impossibile emulare.
Perché sono unici e inimitabili, figli di terroir che altrove non esistono, di climi estremi, ma anche di una storia e di un savoir faire unici.
Riflettevo su queste solari evidenze, qualche tempo fa, degustando con grande piacere, ospite di quel gran signore del vino che Pietro Pellegrini, alias Pellegrini Spa, specializzata nella distribuzione e commercializzazione di vini e distillati di alta qualità, quel piccolo capolavoro di artigianato enoico champenois che è lo Champagne Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut s.a. realizzato (mi viene meglio definirlo così che prodotto) da una piccola azienda agricola di dieci ettari, da un récoltant Manipulant, di Avize nel cuore della Côte des Blancs, Agrapart, fondata nel 1894 da da Arthur Agrapart bisnonno degli attuali proprietari Pascal e Fabrice.
Il Récoltant Manipulant gestisce e controlla ogni momento, dalla maturazione delle sue uve all’evoluzione del suo vino, e Agrapart ha la fortuna di avere i propri vigneti, 62 appezzamenti (alcuni con più di 60 anni, con età media di circa 35 anni),  in villaggi quali Oger, Cramant, Oiry e Avize (tutti Grand Crus della Côte des Blancs).
Il suolo gessoso, specifico della Côte des Blancs, crea le condizioni ideali per l’uva Chardonnay e apporta al vino freschezza ed eleganza. Nella coltura dei vigneti Agrapart prevede da sempre l’aratura “per mantenere una vita microbiologica costante che permette alle radici di assorbire in profondità gli elementi minerali che conferiscono ai vini l’autenticità dei territori da cui provengono.
I trattamenti alle piante, omeopatici, sono assicurati dalle cure in funzione della presenza parassitaria. Il concime è organico e adattato in base alle analisi del suolo (terriccio e letame).
Nelle fasi vendemmiali, come si legge nelle dettagliate note tecniche presenti sul sito della Pietro Pellegrini, “il trasporto delle uve è rapido allo scopo di torchiarle prima possibile, in cassette bucate, lavate sistematicamente dopo ogni utilizzo. La torchiatura, lenta e selettiva in modo da separare le qualità dei succhi d’uva, avviene con torchio tradizionale Coquard 4000 kg.
La sfecciatura è statica, senza enzimi, vengono impiegati solo i lieviti indigeni delle uve ed in fase di vinificazione “i vini più importanti maturano in botti di legno di rovere (capacità di circa 600 lt.), non si ricerca il gusto legnoso ma l’ossidoriduzione (l’ossigeno non è un nemico del vino). In vasche di acciaio i vini più morbidi.
La fermentazione malolattica è procurata per apportare più stabilità, equilibrio ed evoluzione al vino. I vini sono mantenuti sulle loro fecce prima di essere assaggiati per l’assemblaggio del tipo di cuvée. La stabilizzazione tartarica avviene in modo naturale durante l’inverno. L’imbottigliamento avviene con la piena luna di maggio, senza collaggio o filtrazione.
Le cuvées di assemblaggio d’annate sono commercializzate non prima di 4 anni dalla vendemmia, i millesimati non prima di 6. Il liquore del dosaggio è composto dal vino dell’annata e zucchero di canna”.
Venendo allo Champagne che ho degustato, il Terroirs Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut s.a. si tratta di uno Champagne totalmente a base di Chardonnay, di una cuvée multi-millesimo composta per metà da uve dell’annata 2006 (25% maturato in botti di rovere) e metà da uve dell’annata 2007, assemblaggio di tête de cuvée di uve provenienti da vigneti in Avize, Oger, Cramant e Oiry.
Fermentazione malolattica completa, permanenza sui lieviti di quattro anni, dosaggio dello zucchero limitato a cinque grammi litro e solforosa contenuta a 50 mg litro. Il campione che ho degustato era stato dégorgiato ad inizio 2011. La degustazione mi ha proposto uno Champagne realizzato da un vigneron che giustamente si può definire “à l’écoute de la Nature”.
Colore paglierino oro splendente, di straordinaria luminosità e brillantezza, perlage sottile e continuo, propone un naso compatto, fitto, denso, molto cremoso che esprime in evoluzione nitide note di frutta secca (mandorle soprattutto) nocciola, fieno, fiori secchi, agrumi, ed in evoluzione una magnifica crosta di pane croccante e leggermente tostata, a costituire un insieme di grande intensità e rigore.
Bocca larga, piena, di grande ampiezza e notevole vinosità, gusto vivo, nervoso, molto salato, di magnifica consistenza,  con equilibrio perfetto di tutte le componenti, una grande energia (da vino ancora giovane che deve ancora esprimersi in toto e ha grandi potenzialità) e un’indubbia piacevolezza, una freschezza e un nerbo preciso, con acidità presente ma perfettamente bilanciata, che facilitano e rendono gustosa la beva.
Sia che si proponga questo Champagne Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut come aperitivo, sia che lo si porti a tavola abbinandolo ad antipasti freddi e soprattutto preparazioni a base di pesce, con prevalenza di crostacei e molluschi.
Questa la magia ed il savoir faire di un Récoltant Manipulant!

Champagne Agrapart
http://www.champagne-agrapart.com/