Il Prosecco

"Che Tipo Di Vino", l'aggregatore di notizie sul mondo del vino, vi parla del Prosecco.

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Vittorio Fusari propone un menu estivo a tutto Franciacorta

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Come ho già fatto altre volte, considerandolo un cuoco di straordinaria intelligenza e sensibilità che ho la fortuna di conoscere ormai da svariati anni, anche quest’estate ho pensato di chiedere a Vittorio Fusari (tutte le notizie su di lui qui) bravissimo e geniale re dei fornelli presso la Dispensa pani e vini di Torbiato di Adro, di regalare ai lettori di Lemillebolleblog un menu che preveda l’abbinamento a tutto pasto con il Franciacorta Docg.
Ecco la sua stuzzicante proposta

Crudo di gamberi in bianco e nero
Carpione di coregone e gelato di carpione
Abbinamento a Franciacorta Dosage Zero
Millefoglie di patate e persico croccante
Abbinamento a Franciacorta Satèn
Risotto al Franciacorta docg
Abbinamento a Franciacorta Brut
Degustazione di scampi con pacchero
Abbinamento a Franciacorta Extra Brut
Omaggio a Mirella Cantarelli La faraona e il cortile
Abbinamento a Franciacorta Rosé
Cremoso di yogurt di capra fragole sorbetto di pesche

Il prezzo del menu è 90 euro tutto compreso esclusi i vini, ovvero stuzzichino a sorpresa, pane, coperto, acqua caffè e piccola pasticceria. Buon appetito!

Dispensa Pani e Vini
via Principe Umberto 23
Torbiato di Adro
telefono 030/7450757
e-mail enoteca@dispensafranciacorta.com
sito Internet www.dispensafranciacorta.com

Rosati: nel nome delle “Bollicine” insieme un’armata Brancaleone di vini diversi

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Intendiamoci, indagini e sondaggi del genere, vanno sempre presi, pur con tutto il doveroso rispetto per chi li realizza, in questo caso soprattutto per il suo lungo e onorato percorso professionale, con un certo beneficio d’inventario. Perché riferiti ad un campione di consumatori molto ridotto innanzitutto e perché non possono pretendere di avere un valore scientifico assoluto.
Che il consumo di vini rosati in Italia sia in aumento e che il consumatore finale li abbia “sdoganati” ben più di quanto abbiano fatto la stampa specializzata (tuttora un po’ scettica in materia) ed i produttori stessi (per tacere dei ristoratori: in moltissimi ristoranti trovare un rosato in carta è ancora una rarità e lo è persino in un tipo di locali, le pizzerie, dove potrebbero avere largo spazio, basta provare) non si discute.
Che i vini rosati costituiscano una “moda” è tutto da dimostrare. La cosa singolare, leggendo indagini del genere, è che nel nome delle “bollicine” rosa si arrivino a mettere insieme “spumanti” rosati con caratteristiche totalmente diverse, per tipo di uve utilizzate, per tipo di vino, per caratteristiche organolettiche, come un Lambrusco, un rosato di Sangiovese o uno a base Negro amaro pugliese.
Leggiamo difatti che “Il consumatore finale, interpellato anche durante gli acquisti fra i banchi dei supermercati – spiega l’Ovse – identifica a grandi linee la “fonte” dei vini spumanti rosati (in ordine del numero di risposte): Lambrusco, Bonarda, Oltrepo Pavese, Sangiovese, Toscana, Salento e infine il Pinot Nero”. Il che sembra assolutamente stravagante.
Nessuno mette in dubbio la veridicità di questa affermazione, “dal 2004 al 2008 la produzione e il consumo di vini spumanti “rosè” in Italia è quintuplicato e la domanda di mercato ha superato ancora l’offerta per moltissime etichette facendo crescere l’interesse produttivo, l’immissione sul mercato di nuovi prodotti”, ma quando si legge che “Per la categoria di spumanti ottenuti con il metodo italiano (considerato uno spumante giovane, semplice, moderno, meno complesso e corposo) la tipologia rosato consente di aumentare gli elementi di ricchezza e complessità.
Per la categoria metodo tradizionale , diventa lo spumante classico che più si avvicina alla caratteristica di un vino rosso, ma con più ampia adattabilità e semplificazione a tavola e fuori pasto, con piatti e cucina diversa, anche internazionale”, allora sembra di trovarsi ad affermazioni che lasciano il tempo che trovano.
Sarà sicuramente vero che “nella Gdo nazionale molta importanza (1 bottiglia su 2) è data dal marchio d’impresa, vanno di più le bollicine Rosa metodo italiano di grandi marchi Piemontesi, Emiliani e Pugliesi; per il metodo tradizionale Ferrari Spumante, nel 2010, è leader. In ogni caso i volumi maggiori (circa l’80%) sono ad appannaggio del metodo italiano.
Nella horeca italiana, 2 bottiglie su 3 consumate sono di vini rosati metodo italiano”, ma di che razza di “bollicine” e di quale variopinta pittoresca armata Brancaleone di vini stiamo parlando? E di quale riconoscibile tipo di prodotto?

Franciacorta Pas Dosé 2007 Tenuta Monte Delma

Fonte: Le Mille Bolle Blog

E’ stato faticoso, tutt’altro che una passeggiata, anche se si è trattata sempre di un’esperienza molto piacevole, essermi “sottoposto” (mia sponte) martedì scorso al tour de force di una maxi degustazione, qualcosa come 75 campioni, di Franciacorta Docg, presso la sede dell’efficiente Consorzio che tanto cortesemente me l’aveva organizzata.
Reputo queste verifiche periodiche piuttosto impegnative molto interessanti, perché consentono, a me che “guidaiolo” non sono e per mia fortuna non mi trovo costretto a dover assegnare punteggi, di farmi un’idea del livello generale di questa o quella denominazione ed in particolare delle diverse tipologie di vini che di volta in volta scelgo di prendere in considerazione.
In attesa di poter presto degustare una serie di Oltrepò Pavese metodo classico, Cruasé e non, e di tornare ad assaggiare, come già fatto nel maggio 2011, i Trento Doc, ho concentrato l’attenzione sulla zona vinicola italiana che attualmente conta, numericamente parlando, sul maggiore numero di operatori, di aziende che accettano la sfida del mercato con i loro Docg.
E così, dopo l’esame dei Rosé, fatto nel luglio 2011, ho deciso di fare un mio personale “check up” ai Franciacorta delle tipologie che insieme al Rosé maggiormente appagano il mio personale gusto (molto più del Satèn…), ovvero Dosaggio Zero (Pas Dosé) ed Extra Brut.
Il risultato è stato soddisfacente in termini statistici, con solo una decina di campioni su 75 che ho trovato ben poco convincenti o mediocri, o scarsamente piacevoli.
Certo, da qui a dire che tutti i vini fossero eccellenti o che invogliassero strepitosamente alla beva ce ne corre, data la presenza di molti vini che onestamente dovrei definire tecnicamente ineccepibili, ma un po’ carenti di personalità e di sprint. Però mi chiedo in quale altra denominazione italiana del metodo classico avrei potuto, assaggiando un numero di vini così ingente, trovare una percentuale di vini indubbiamente validi superiore a quella trovata nei Franciacorta da me degustati.
Fatta questa doverosa premessa devo sottolineare che uno degli aspetti più interessanti e positivi di questa degustazione, che ho fatto rigorosamente alla cieca, senza conoscere il nome dei vini e delle aziende di volta in volta assaggiati, è consistito nella possibilità di trovarmi di fronte, accanto a qualche delusione e ad alcune conferme ad alto livello (cito su tutti i casi di aziende come Il Mosnel, Fratelli Berlucchi, Cà del Bosco, Faccoli, Gatti Enrico, San Cristoforo, Camossi, Majolini, Le Marchesine, Barone Pizzini, Ferghettina, Derbusco Cives, Vezzoli Giuseppe, per citarne solo alcuni), ad autentiche sorprese.
A vini e ad aziende, che mi hanno colpito per la personalità e la piacevolezza dei loro vini. Voglio citare (e prevedo di parlare di molti di loro riferendomi ad ognuno dei loro vini) aziende come Mirabella con il suo Dosaggio Zero Dom ed il Blanc de Blanc, Pian del Maggio con il Dosaggio Zero Furente, Gatta ed il suo Dosaggio Zero, La Montina con il suo Extra Brut, Bredasole con il suo Extra Brut, Monzio Compagnoni ed il suo Extra Brut, Bosio con il Boschedor Extra Brut, Al Rocol con l’Extra Brut Castellini.
Uno dei Franciacorta che in assoluto più mi ha colpito viene da un’azienda di lunga storia che franciacortina è da poco, visto che è proprietaria di un’azienda di venti ettari fondata solo nel 2000, anche se l’azienda che vanta una lunga tradizione nel campo della produzione di vini bresciani produce Franciacorta sin dai primi anni Ottanta.
Per la precisione sto parlando del Franciacorta Pas Dosé 2007 dell’azienda Monte Delma della frazione Valenzano di Passirano, 20 ettari vitati e 120 mila bottiglie prodotte (con la consulenza di un decano come Cesare Ferrari), proprietà dei fratelli Berardi, noti per la loro attività di imbottigliatori in quel di Molinetto di Mazzano, alle porte di Brescia.
Come scritto sul sito Internet aziendale, dove purtroppo si legge anche “produzione e vendita vini spumanti della Franciacorta”, utilizzando un termine incongruo che non dovrebbe mai comparire nei testi di un produttore franciacortino, “l’azienda prende il nome dal Monte Delma, un piccolo rilievo isolato – è il primo che si incontra risalendo la pianura Padana – che separa Passirano da Monticelli Brusati.
Alle pendici del monte vi è l’abitato di Valenzano, una delle località storiche della Franciacorta: si tratta di un borgo medioevale risalente all’anno Mille situato sulla strada per Brescia (dove è stato rinvenuto il cippo che indicava la distanza di 12 miglia dal capoluogo)”. In questo luogo i Berardi hanno voluto collocare la propria impresa in Franciacorta, con vigneti curati con il ricorso alla lotta integrata e ampia cantina interrata.
Da vigneti posti in Valenzano di Passirano e Provezze di Provaglio, una cuvée composta per l’80% da Chardonnay, 15% Pinot bianco e una piccola quota, cinque per cento, di Pinot nero, da vigneti allevati a Guyot con densità di 5000 ceppi ettaro nasce il Pas Dosé millesimato 2007, affiato per 36 mesi sui lieviti, di cui ho assaggiato un campione dei circa 6000 prodotti con sboccatura luglio 2011.
Un Franciacorta, colore paglierino scarico brillante, perlage sottile e continuo, che mi ha convinto per l’incisività ed il nerbo che lo caratterizzano, il carattere ben secco, per un’interpretazione davvero convincente della tipologia Pas Dosé.
Naso decisamente sapido incisivo tagliente con mineralità spiccata, note di frutta secca non tostata dominanti e agrumi in sviluppo di buona complessità e pulizia, bocca affilata, essenziale, nervosa con acidità ben bilanciata che spinge ed una componente minerale sapida molto intensa, con persistenza lunga e precisa verticale di gran nerbo, e gusto ben secco, che facilita la beva e consiglia la proposta del vino non solo come valido aperitivo, ma in accompagnamento a crostacei e molluschi, a preparazioni a base di pesce.

Tenuta Monte Delma
Via Valenzano 23
25050 Passirano BS
sito Internet www.montedelma.it
e-mail info@montedelma.it

Geografia del salmone

Fonte: DesignWine

Visto l’interesse suscitato da due precedenti articoli (I parte e II parte) riguardo al salmone aggiungiamo qualche altra notizia in merito per i più appassionati. 

Il salmone è uno dei pesci più abbondanti (soprattutto perché allevato in cattività), in Europa, Canada e Stati Uniti. I più conosciuti in Europa sono quello Scozzese, Danese, Irlandese e Norvegese (quest’ultimo più consumato in Spagna).

Il Danese è di colore rosa chiaro, molto grasso e cremoso dall’eccellente gusto naturale; è tra i più ricercati ed i più cari del mercato a causa della severa selezione nel processo di lavorazione.

Il salmone Irlandese mostra un colorazione chiara, lo si trova fresco o affumicato.

Quello Scozzese ha un colore rosso intenso quando è al naturale, e arancione chiaro nella versione affumicata; presenta un sapore decisamente salato e grasso.

Il salmone Norvegese si distingue dal colore particolarmente arancione e dalle sensazioni, al palato, di grasso: non dona al gusto grandi emozioni ma rimane forse il meno caro.

Il valore nutritivo del salmone dipende molto dalla specie d’appartenenza. In termini generali diciamo che cento grammi di salmone apportano circa 140 calorie, 20 grammi di proteine e sei grammi circa di grasso parte dei quali sono Omega 3, sostanza necessaria per la protezione di organi vitali come il cuore. È ricco, inoltre, di vitamina A, D e B12.

Tra le proposte dei nostri vini online, abbiamo scelto una serie di vini da abbianre col salmone. Noi lo abbiamo provato con Prosecco e Franciacorta, Verdicchio, vini rosati e gli immancabili bianchi friulani.

Così parlò Paolo Massone: con il Cruasé conquisteremo gli States!

Fonte: Le Mille Bolle Blog

In Oltrepò Pavese devono essere grati al Presidente del Consorzio di tutela vini Paolo Massone: se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Chi comunica meglio di quanto comunichi lui? Chi più di lui sa offrire a noi giornalisti occasioni per scrivere dell’Oltrepò?
La più recente uscita di questa eroica tempra di comunicatore, (responsabile di un blog il cui più recente post risale a dicembre: cosa normale, visto che da un bel po’ di tempo anche sul sito Internet del Consorzio si legge “presto online il nuovo sito”…), risale a domenica 4 marzo, quando intervistato da Francesca Fiocchi sul Corriere della Sera in partenza per la Prowein Massone ha annunciato la nuova mission: inebriare e conquistare con il Cruasé (che nell’articolo è sempre citato con la c minuscola) gli Stati Uniti.
Prima di proseguire con il racconto del mirabolante annuncio del Presidente del Consorzio, alcune indispensabili premesse.
Innanzitutto spiegare cosa il Cruasé rimandando al sito Internet dedicato, che a sua volta, come in una scatola cinese, anzi ticinese, ci rimanda al sito Internet Perle d’Oltrepò, visto che il Cruasé “è al centro del piano di valorizzazione e approfondimento tecnico” rappresentato da questo progetto, da cui apprendiamo che “Cruasé è il biglietto da visita della spumantistica naturale e di qualità che si veste di rosa.
E’ un prodotto elegante e di tendenza, un marchio collettivo dell’Oltrepò Pavese, un Metodo Classico DOCG unico”, un qualcosa che dovrebbe rappresentare una rivoluzione iniziata “dai piccoli gesti quotidiani, al tavolo del bar o del ristorante”.
Bene, a fronte di una situazione reale dove trovare un Cruasé nella carta dei vini di un ristorante al di fuori della cerchia oltrepadana o al massimo della Lombardia costituisce un evento, dove il numero di bottiglie prodotte e di produttori (quelli reali, e non quelli di qualche mega cantina sociale che magari produce lo stesso vino per svariate aziende…) permane un mistero, dove c’è ancora tutta l’Italia (che non finisce a Broni, Mairano di Casteggio, Torricella Verzate e Zavattarello…) da conquistare alla causa dei vini oltrepadani, cosa promette il fantasioso Presidente del Consorzio?
Annuncia nientemeno che l’incremento del doppio della produzione attuale, proponendo “di arrivare al milione di bottiglie in due anni”, e lancia la campagna americana.
Questo perché, dice “A Chicago c’è grande interesse per il rosé naturale: il primo step sarà collocare, a breve, almeno duecentomila bottiglie. Il sogno, lo dico da produttore, è che il cruasé diventi la bandiera edonistica dell’Oltrepò nel mondo. È un vino a tutto pasto, ma non è un vino da tavola”.
E punterà “sull’ export d’ oltreoceano” grazie ad un’innovativa pensata massoniana: “Il nostro è il primo progetto collettivo territoriale: finora sono state le singole aziende a esportare i loro vini negli Stati Uniti”.
Come se a Montalcino, a Barolo, nel Chianti Classico, in Valpolicella, ad Asti, ad esempio, i Consorzi che hanno fatto tanto per promuovere, far conoscere e vendere i loro vini nel mondo, non fossero mai esistiti e non avessero fatto un tubo, prima della geniale innovativa invenzione di Massone.
E poi, fatemi capire, cosa diavolo vuol dire definire il Cruasé un “rosé naturale”? Significa forse che gli altri rosé italiani sono artificiali, costruiti in laboratorio, prodotti sintetici o che altro?
Fantastica poi, dopo il volo pindarico sul Cruasé “bandiera edonistica dell’Oltrepò nel mondo” (come se nel mondo si picchiassero per contendersi le bottiglie prodotte in provincia di Pavia), l’invenzione del Cruasé definito “un vino a tutto pasto, ma non è un vino da tavola”.
Il fantasioso Presidente del Consorzio Oltrepò vuol forse dirci che che il Cruasé si fregia della Docg e non è un vdt, o forse che possiamo berlo a tutto pasto, ma solo durante i picnic, i buffet in piedi, i ricevimenti, e dobbiamo guardarci bene dal portarlo a tavola? Mistero…
Impagabile anche il finale, dove all’intelligente osservazione della giornalista, secondo la quale vendere, ovviamente per inebriare edonisticamente quel grande Paese, quantitativi crescenti e importanti di Cruasé, costituisce “una sfida non facile, considerando che il mercato d’ oltreoceano ha sempre mostrato di preferire i vini frizzanti dolci come il Moscato”, Massone, dimostrando una grande conoscenza del mercato americano, da grande esperto di marketing e di fenomenologia dei consumi, sentenzia: “gli americani, abituati alla Coca Cola, non sono ancora pronti per i bianchi molto secchi: preferiscono quelli più morbidi.
Ci orienteremo in questa direzione con il cruasé nella tipologia brut, il cui residuo zuccherino può variare da 6 a 12 grammi al litro. L’ extra brut, che è meno dolce, incontra maggiormente il favore di chi è abituato a bere prodotti di qualità”.
Vuol forse dire, l’immaginifico Presidente del Consorzio O.P., l’aedo del “prodotto elegante e di tendenza”, che per conquistare Chicago e gli States le aziende oltrepadane pensano di confezionare su misura Cruasé non “di qualità”, dolcioni, zuccherosi, morbidoni, con residui zuccherini prossimi al limite massimo consentito, perfetti per chi è abituato alla Coca Cola e non è ancora pronto “per i bianchi molto secchi”?
Per favore, che qualcuno dica all’informatissimo Massone che gli Stati Uniti, secondo i dati 2011 appena resi noti, si confermano il secondo mercato export per lo Champagne, con 19,4 milioni di bottiglie importate, contro le 16,9 del 2010 (incremento record del 14,4%).
E questo senza progettare di produrre degli Champagne stile “Coca Cola”…

Premio carta vini Trentodoc: un’operazione dai contorni molto vaghi

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Intendiamoci, per ora c’è ancora tutto da capire e forse vale la pena attendere che il progetto venga effettivamente presentato nella sua interezza.
Però, da quel poco che è trapelato, e da quanto si è capito da un trafiletto pubblicato dal quotidiano di Trento L’Adige, nonché da un articolo pubblicato sul combattivo black blog Trentino wine blog, è legittimo nutrire qualche perplessità sul cosiddetto Premio carta vini TrentoDoc.
Promosso dall’Istituto TrentoDoc per recuperare il gap, in quanto a presenze nelle carte dei vini dei ristoranti italiani di qualità, delle bollicine metodo classico trentine nei confronti di quelle della Franciacorta, che è più facile trovare a Roma, Bologna, Palermo, Milano, ecc. rispetto a quelle prodotte in Trentino.
Come ha scritto Trentino wine blog, “l’idea è quella di incoraggiare, diciamo così, i ristoratori italiani a vendere e a valorizzare Trentodoc. In cambio di non meglio precisate segnalazioni (dove?) e di non meglio precisate iniziative in varie città”. Si tratterebbe, pare, di una sinergia tra l’Istituto TrentoDoc e la guida dei ristoranti di un noto gruppo editoriale (che edita anche una celebre guida dei vini) ed è sempre stato molto vivace e attivo in operazioni di marketing.
Una sorta diOscar delle bollicine” che vuole premiare quei ristoratori, gestori di wine bar, enoteche che stanno valorizzando le bollicine trentine nella loro offerta, una “spintarella della pubblipromozione trentina” ai locali che decideranno di mettere in carta qualche etichetta di remuage di montagna”.
A me questa idea, che Cosimo Piovasco di Rondò definisce senza mezzi terminil’idea della marchetta sistemica. La presunzione che con il denaro (ancor meglio se pubblico) ci si possa comprare tutto. Passando sopra tutto e tutti”, non piace affatto. Mi sembra un’operazione figlia di logiche vecchie che si pensava fossero state superate. Una sorta di do ut des.
Non vorrei che passasse l’idea balzana secondo la quale i ristoranti accettano, pardon scelgono di acquistare e mettere in carta un numero più considerevole di TrentoDoc (magari venduti loro a prezzi ribassati grazie ad una promozione resa possibile, con soldi pubblici, dall’Istituto o da qualcuno dei vari organismi di promozione pubblica, che operano con soldi di noi tutti, attivi in terra trentina), perché avendoli in carta godrebbero di un occhio di riguardo, di un giudizio favorevole, da parte della guida che attribuisce il premio.
Come scrive il Trentino wine blog “si possano ungere le vendite di Trentodoc e condizionare le Carte Vino della ristorazione italiana. Ma che razza di promozione è mai questa? E come la prenderanno i nostri diretti concorrenti franciacortini, costretti a misurarsi con un prodotto pompato in questo modo dalla pubblipromozione trentina?
E cosa penserà il consumatore di metodo classico di fronte ad una carta vini che saprà essere stata condizionata da condizionamenti promozionali di parte?”.
Per riprendere quello che ha dichiarato Roberto Cesconi, piccolo e validissimo produttore trentino, criticando aspramente l’attuale gestione del TrentoDoc, “la promozione va bene, ma non si può comprare l’amore per un prodotto e non bastano i testimonial. Non sarà un concorso a farci entrare nelle carte vini”.

E in una logica concorrenziale e di economia di liberto mercato tutti i protagonisti del metodo classico italiano devono trovarsi sullo stesso piano disponendo delle identiche possibilità di essere scelti dai ristoranti e finire sulle loro carte dei vini.
Devono farlo per merito della qualità dei vini prodotti, della forza del marchio, del prestigio dell’azienda, del rapporto prezzo-qualità, della validità della proposta commerciale, della credibilità e della forza dell’immagine collettiva della zona di produzione.
E non perché possano disporre della spintarella rappresentata da una furba operazione pubblipromozionale che vede uniti in una sorta di “corrispondenza di amorosi sensi” un Istituto che si occupa di promozione, un gruppo di aziende e una guida dei ristoranti pronta oggi a premiare la carta dei vini più trentodocchista e domani, chissà quali altre denominazioni se il business diventasse più conveniente con loro

Champagne Mailly Grand Cru Brut réserve

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Non é solo un problema italiano, anzi, dirò di più oltrepadano, trovare un dosaggio giusto, in un metodo classico prodotto con la tecnica champenoise della rifermentazione in bottiglia, della quantità di uve rosse vinificate in bianco, per meglio dire, di Pinot nero.
E’ sempre difficile calibrare esattamente il suo contributo, che è importante e caratterizza in maniera inconfondibile i vini, anche nella patria dei méthode champenoise, la Champagne.
Come conferire ai vini struttura, ampiezza, larghezza, ricchezza, senza compromettere quelle doti di eleganza, di finezza, quello charme e quell’appeal che sono l’elemento irrinunciabile in ogni “bollicina” nobile degna di questo nome?
Riflessioni di questo tipo mi sono venute alla mente di recente degustando uno Champagne a base Pinot noir (una quota del 75%) proveniente da una zona classificata Grand Cru per questo vitigno nobile e difficile, la Montagne de Reims.
Sto parlando dello Champagne Mailly Grand Cru Brut Réserve prodotto dalla Maison Mailly, una produzione di 500 mila bottiglie annue, grazie alle uve, anche in questo caso larghissimamente a base Pinot noir (oltre il settanta per cento) conferite da 80 vignerons soci che controllano 70 ettari distribuiti in qualcosa come 480 parcelle, definite “galipes” nel dialetto locale.
La Maison sostiene che la complessità di questo Brut riserva è assicurata dalla ricchezza dell’assemblaggio, ad un mix ragionato di vini espressione di un’unica annata abbinato ad una serie di vini di riserva disponibili in un ventaglio di dieci annate diverse, oltre ad una quota di vini affinati in piccoli fusti di rovere non nuovi, da due a quindici anni d’età. E inoltre la collocazione di larga parte dei vigneti di Pinot noir a nord assicura alla cuvée freschezza e nerbo.
Uno Champagne molto strutturato, che la Maison sorprendentemente definisce espressione perfetta dell’aperitivo, ma che a me è parso molto più adatto a preparazioni più impegnative (la Maison suggerisce légumes croquants, légèrement poêlés aux copeaux de parmesan. Le sandre sur lit de poireaux et les suprêmes de poulet, un chaource frais et la tarte aux pommes « à la mode »), che mi ha fatto pensare quanto sia difficile, come dicevo in esordio, trovare il bilanciamento giusto quando si sceglie di lavorare con quell’uva suprema e difficile che è il Pinot noir.
Bello il colore, oro intenso, perlage molto sottile e continuo, naso molto secco, diretto, con una certa quale maturità di frutto (ananas, mela e albicocca essiccata), e tanta frutta secca tostata in evidenza, e poi pan d’épices, cioccolato bianco, caramella mou, alloro, con una prevalenza delle note evolutive (in retroetichetta non era indicata l’epoca della sboccatura) su quelle più fresche e floreali.
Anche la bocca conferma questa impressione di uno Champagne gourmand intensamente vinoso, potente, giocato più sulla potenza, la struttura, che sulla finezza, dal gusto pieno, di salda tessitura, molto secco (più di quanto faccia pensare il dosaggio dichiarato di dieci grammi zucchero per litro), largo e consistente, ma che difetta decisamente, anche se la materia importante consente di abbinarlo ad una vastissima gamma di piatti, di finezza, di quel quid che rende piacevole e contagiosa la beva e che manca un po’ di dinamismo, di slancio, di freschezza.
Uno Champagne degustato non certo in un momento di grazia, che mi riprometto di degustare tra qualche tempo.
A 31,50 euro è in vendita sull’eccellente sito Internet Vendita Champagne, che propone un ricco e variegato assortimento di Champagne proposti da piccole e grandi Maison.