Il Prosecco

"Che Tipo Di Vino", l'aggregatore di notizie sul mondo del vino, vi parla del Prosecco.

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C’é anche un’altra Borgogna del vino: il Crémant de Bourgogne

Fonte: Le Mille Bolle Blog

La pubblicazione, sul blog The Gray report del wine writer americano W. Blake Gray di un ampio articolo – che potete leggere qui – fa ricordare l’esistenza, nella Bourgogne celebrata per i suoi straordinari vini base Pinot noir e base Chardonnay, anche di un’altra tipologia di vini, che sta assumendo progressivamente maggiore importanza, quella dei Crémant de Bourgogne. Come si rileva dal sito Internet della denominazione, peraltro non molto aggiornato, la produzione di Crémant in terra borgognona riguarda 1850 ettari, che vanno dal Chablisien e dal Châtillonnais alle porte di Lyon, passando per i vigneti di Côtes de Nuits, Beaune, Chalonnaise e Mâconnaise, per 112 mila ettolitri prodotti nel 2010 e una media di 115 mila, e nel computo complessivo della produzione di Crémant in Francia, i Crémant borgognoni toccano una percentuale del 20 per cento, contro il 50% relativa ai Crémant d’Alsace.
Da un punto di vista storico la produzione di Crémant in Borgogna risale intorno al 1825, e chiama in causa tecnici provenienti dalla Champagne. Nel 1822 i fratelli Petiot, négociants a Chalon-sur-Saône e proprietari di vigne a Mercurey e Rully, decidono di ingaggiare un giovane champenois, François-Bazile Hubert, che forte dell’esperienza maturata in una Maison de Champagne li convince a produrre e commercializzare il loro primo méthode champenoise, nel 1826, con il nome di “Fleur de Champagne – Qualité Supérieure “.
Per parecchi anni in seguito si assistette, con il successo della tipologia, alla produzione di Bourgogne mousseux blancs”, “rosés” et “rouges”, ottenuti dalla spumantizzazione di vini di non particolare qualità. Oggi, raggruppati nella Union des Producteurs et Elaborateurs de Crémant de Bourgogne (UPECB), sono ben 240 i produttori di Crémants de Bourgogne Blancs, “Blancs de Blancs” o “Blancs de Noirs” o Rosés. E oggi l’AOC é diventata un soggetto significativo nella produzione vinicola borgognona, rappresentando il 7,5% dei volumi e dieci milioni di bottiglie commercializzate nel mondo.
Oltre il 70% della produzione di Crémant de Bourgogne è commercializzata in Francia, in particolare nella GDO, che da sola commercializza circa il 60 per cento dei volumi. Un venti per cento viene venduto mediante vendite dirette in azienda.
L’export riguarda qualcosa come tre milioni di bottiglie, con l’Unione Europea come primo mercato, in particolare Germania, Belgio e Danimarca, seguita dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal Giappone.
L’Appellation d’Origine Contrôlée Crémant de Bourgogne, già Bourgogne Mousseux, ha superato brillantemente i suoi primi trent’anni di vita, essendo nata nell’ottobre 1975.
Come fa notare nel suo articolo Blake Gray, negli Stati Uniti si possono trovare buoni Crémant de Bourgogne nella fascia tra i 12 ed i 18 dollari, e la grande sfida per i suoi produttori consiste nel farsi conoscere, nel testimoniare e dimostrare che esistono altri méthode champenoise di qualità in Francia oltre agli Champagne. Compito difficile non solo all’estero, ma anche in patria. Secondo Blake Gray i veri competitors dei Crémant de Bourgogne non sono gli Champagne, ma Prosecco e Cava, ma le bollicine borgognone presentano un grande vantaggio, quello di essere prodotte con le stesse uve, Pinot noir e Chardonnay, utilizzate in Champagne, anche se è notorio che le migliori uve borgognone vengano destinate ai rossi e bianchi fermi.
Va inoltre ricordato che l’AOC Crémant de Bourgogne prevede la produzione non solo con il metodo champenoise, ma con il più rapido ed economico metodo Charmat, che la pressatura delle uve è superiore, per disciplinare, rispetto a quella della Champagne e che possono essere utilizzate anche altre uve come Aligoté e Gamay.

Franciacorta in primo piano in un articolo sugli Italian sparkling wines di Richard Jennings

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Interessante articolo del wine writer statunitense Richard Jennings pubblicato sul suo blog RJonwine, che figura tra i blog presentati dalla sezione food and wine del celebre sito Internet Huffington Post.
Jennings, che vive e opera nell’area di Palo Alto, nella San Francisco Bay Area, si occupa di quelli che con termine anglosassone vengono definiti gli “sparkling wines”, definizione decisamente più inoffensiva che il termine “spumanti”.
Nel suo articolo
, dopo averci informato che negli Stati Uniti è per il terzo anno in considerevole aumento il consumo di sparkling, che ormai comprendono un cinque per cento del mercato del vino Usa, ci dice che le importazioni di “Italian sparkling wine” sono cresciute del 36 per cento nel 2011.
Il suo discorso, come quello di tanti commentatori e osservatori esteri, non tende a distinguere, come dovrebbe, tra metodo classico e charmat, aromatici e non, e mette tutto insieme nel nome degli “spumanti”, e parte dalla premessa che il punto forte dell’offerta di Italian sparkling è rappresentato dal Prosecco, le cui importazioni sono raddoppiate dal 2007 al 2010.
E intelligentemente ricorda che l’offerta di sparkling wines italiani è variegata e che l’Italia “has the largest proliferation of different kinds of sparkling wines of any country”, conosce più di ogni altro Paese la più vasta proliferazione di diversi sparkling, con prezzi di alcuni di loro che paragonati a quelli dello Champagne e di molti sparkling wines prodotti in California sono decisamente inferiori.
In questa carrellata rapida a volo d’uccello, parla un po’ di tutti gli “spumanti” prodotti in Italia, sottolineando che “The vast majority of Italy’s spumanti, or fully sparkling wines, however, are made by the Charmat process”, che la maggioranza sono prodotti con il metodo Charmat, e oltre a parlare diffusamente del Prosecco, oggetto di un altro più ampio articolo di cui parlerò prossimamente, parla di Asti e Moscato d’Asti, di Brachetto, e di Lambrusco, e poi arriva a trattare dei metodo classico, definendoli “sparklers that are most similar to French Champagne, wines made from the same grapes as Champagne — Chardonnay, Pinot Noir and Pinot Meunier, and following the same techniques of barrel aging the wine on its lees and secondary fermentations in the bottle”.
Sorvolando sul fatto che di Pinot Meunier in Italia praticamente non se ne coltiva, ha ricordato, un po’ confusamente, che “very good metodo classico sparkling wine is also made in Trento, where Ferrari is the leading producer; in Lombardy’s Oltrepò Pavese, where the wines are largely Pinot Noir-based; in Emilia-Romagna’s Colli Picenti; and in Piedmont’s Langhe region”. Trovando solo lui, bontà sua, nei cosiddetti “Colli Picenti”, che dovrebbero poi essere i Colli Piacentini, dei metodo classico…
La zona produttrice di vini prodotti con la tecnica della seconda fermentazione in bottiglia è però la Franciacorta, che definisce “The leading source of methode champenoise or metodo classico style sparklers in Italy is Franciacorta in the Lombardy region”, ovvero la principale fonte di méthode champenoise.
A proposito della zona vinicola bresciana osserva che alcuni la definiscono come la “Silicon Valley of Italy”, grazie ad un’economia in forte crescita spinta da un prodotto relativamente nuovo, e ricordando che “fast-growing entrepreneurial businesses that have invested heavily in vineyards, elaborate wineries and tourist destination facilities in an effort to cash in on the growing demand for this product, within Italy and elsewhere”.
Ovvero che un business imprenditoriale ha investito massicciamente in vigneti, cantine sofisticate e ricettività per i turisti nello sforzo di fare crescere la domanda in Italia e all’estero.
Secondo Jennings i Franciacorta, in larga parte a base Chardonnay, presentano gli aromi di lieviti che si è soliti associare allo Champagne. Ricorda anche che i costi elevati di produzione rendono buona parte dei Franciacorta tra i più cari nella gamma degli sparkling wines italiani, il che li rende meno competitivi con lo Champagne negli States.
Prendiamo atto, anche se vorrebbe voglia di chiedere al wine writer californiano se per essere competitivi nei confronti dello Champagne (di cui nel 2011 sono stati importati 19.369.573 di bottiglie) i metodo classico o gli “sparkling wines” debbano per forza essere bargain wines dal prezzo ben più contenuto come larghissima parte dei Prosecco…

Ma come può un acro di vigna a Cartizze costare di più che in Napa Valley?

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Riflessioni del New York Times e del blog Do Bianchi

Interessanti articoli sul tema Prosecco pubblicati sulla stampa statunitense. Il primo articolo è apparso nientemeno che sul prestigioso New York Times a firma del wine writer Alan Tardi, che conosce bene l’Italia avendoci vissuto (nella Langa del Barolo) per qualche tempo.
L’autore parla della nuova denominazione di Prosecco Doc creata due anni fa scrivendo “a new area for prosecco production was created in the flat valley extending into the Friuli region. In the new area, which encompasses nine provinces, most vineyards are large and their permitted yields high, and the vines can be mechanically harvested, all of which facilitates more-generic, lower-priced wine”.
Parole molto chiare su questa nuova Doc multiprovinciale e multiregionale di pianura, che consente ampie rese per ettaro e meccanizzazione e la produzoine di vini generici e a basso prezzo.
Da qui la necessità per i produttori della zona classica, oggi diventata Docg, di distinguersi, visto che possono contare su “a complex mosaic of microclimates. Many winemakers are trying to showcase these distinctions, with noteworthy results. While most prosecco is nonvintage, enabling producers to blend wine from the previous year, more and more superiore wineries are making a millesimato, in which all the grapes must be from one vintage.
Moreover, a new system called rive indicates vintage-dated proseccos made entirely of grapes from a single town or hamlet. Many of the winemakers are specializing even further by producing a wine from a single vineyard”.
Secondo l’autore dell’articolo anche la vinificazione sta cambiando e anche se il metodo Charmat é indiscusso trionfatore, “a growing number of winemakers are experimenting with classic method refermentation in the bottle”, ovvero stanno sperimentando Prosecco prodotti con il metodo classico o guardano al passato riprendendo la tecnica dell’affinamento sur lie che veniva impiegato prima dell’avvento delle autoclavi: “While some winemakers are exploring new techniques, others are looking to the past. One promising example of this is sur lie, which is how prosecco was made before the advent of the autoclave.
After the wine is bottled, a small amount of yeast is added and refermentation occurs. But, unlike the classic method, here the sediment remains in the bottle”.
E l’articolo si chiude con l’augurio che la confusione creata dall’esistenza di due denominazione separate, ma unite nel nome del Prosecco, venga superata dalla capacità del consumatore di cogliere la differenza tra Prosecco Superiore Docg e Prosecco Doc, tra Prosecco di collina proveniente dalla zona storica e Prosecco di pianura.

L’articolo del New York Times non ha mancato di catturare l’attenzione di uno dei più importanti wine blogger americani Jeremy Parzen, che sul suo blog Do Bianchi, in un post intitolato “Bugie del Prosecco e la vera storia della new wave del Prosecco”, ricostruisce il vero percorso che ha portato alla doppia denominazione per i Prosecco, e alla incredulità di molti commentatori di vino in Italia di fronte a questo processo di prosecchizzazione del Veneto e del Friuli: “The Italian wine writers scratched their head incredulously when then-agriculture minister and native of Treviso where Prosecco is made, Luca Zaia, effortlessly pushed through legislation creating the Prosecco DOCG. Does a humble wine like Prosecco — and by its very nature, Prosecco should be a humble wine — deserve to be elevated to the status of wines like Barolo and Brunello di Montalcino?”.
Parzen ricorda che la nuova Docg “gives the wines raised in Conegliano and Valdobbiadene a bureaucratic distinction that sets it apart from Prosecco grown in Friuli, Piedmont (yes, Piedmont), and Australia. But this DOCG was just one of many that were created before Common Market Organization reforms went into in 2009, shifting the power to create new designations from Rome to Brussels. It’s one of the many examples of political spoils that Zaia lavished on his hometown”.

E nel prosieguo dell’articolo citando alcuni tra i più noti produttori di Prosecco Docg, i cui vini Alan Tardi ha inserito nella degustazione a corredo del suo articolo, Jeremy Parzen dice:” it’s true that the biggest names in commercial Prosecco — Adami and Ruggeri are among those that Alan tasted for the piece — are making “heirloom” vintage-dated and vineyard-designated wines, as well as low-sulfur and even lees-fermented wines.
But these products are the result of attempts by the Prosecco industrial complex to appeal to the hipster sommelier crowd. While I’m not a fan of Ruggeri, there’s nothing wrong with a glass of any of Adami’s wines. But they don’t represent real Prosecco. They are an expression of the consumerist hegemony that has choked my beloved trevigiano since the 1990s when Prosecco became a brand in the U.S.”.
Questa presa di posizione molto netta, quasi “ideologica” da parte di un top wine blogger di grande cultura notoriamente inamorato del Veneto (dove ha compiuto gli studi universitari e dove ha assunto un inconfondibile accento che salta fuori quando parla nel suo splendido italiano) come Parzen, che condanna il processo di industrializzazione del Prosecco, o quantomeno non ne è entusiasta, ha ovviamente suscitato le attenzioni dei diretti interessati.
E così, come racconta in questo post, Parzen è stato contattato dai responsabili del Consorzio del Prosecco, che non condividendo la posizione espressa dal wine blogger hanno cercato di spiegare la loro posizione.
Secondo il direttore del Consorzio anche se le origini del Prosecco sono umili oggi è diventato un vino importante: “while the origins of Prosecco may be humble, it has become one of the world’s most “recognizable wines” and is sold today in mind-boggling volume”.
E sempre secondo la stessa persona “Prosecco is one of Italy’s leading brands and exports — like Campari, Perugina, Barilla, De Cecco. And in a relatively short arc of time, the architects of its success have created an interest and awareness of the brand that was unimaginable in the late 1990s when they began to market Prosecco aggressively to U.S. consumers.
I think it’s safe to say that U.S. consumers are more likely to know the name of two Prosecco producers than they are to know the names of two wineries in Chianti (a brand that emerged three centuries ago)”.
Aspetti, questi, il conseguimento dello status di brand importante, di vino venduto in volumi impressionanti, che non hanno impressionato più di tanto Parzen.

Il quale nel suo nuovo post riferendosi a dati pubblicati in un articolo del sito di analisi economiche e finanziarie Bloomberg.com relativi al prezzo medio di un acro (0,4 ettari) vitato a Cabernet Sauvignon nella Napa Valley, ovvero tra 150 e 200 mila dollari, con punte di 250 mila in alcune zone ristrette, racconta come fosse sorpreso da quanto gli raccontò nel 2009 “the scion of one Prosecco’s leading and oldest families, who owns more acreage in Cartizze — the top growing zone for Prosecco — than any other, he told me that the average price of an acre in Cartizze is greater than in Napa.
And frankly, he would know: his family’s holding in Cartizze is the cornerstone of its winery and the wines produced from fruit grown there are among the highest priced Prosecco bottlings on the market today”.
Ovvero che il prezzo medio di un acro nella zona del Cartizze (107 ettari da cui dovrebbero nascere solo un milione e mezzo di bottiglie) è ben superiore a quello di una superficie equivalente nella Napa Valley. Da cui si ottengono vini che vengono venduti a prezzi di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi Prosecco Superiore, fosse pure Cartizze.
Questa consapevolezza porta Jeremy Parzen ad un’amara conclusione sulla sempre più ampia entrata anche della zona del Prosecco Docg nell’ottica di un grande business, di grandi interessi che portano naturalmente la zona a puntare su numeri (di ettari vitati e di bottiglie prodotte) sempre più importanti.
Come scrive, “Whether accurate or not, these factoids give you a sense of the “big business” interests that have come to dominate the cultural and topographic landscape of Conegliano-Valdobbiadene — one of the most beautiful swaths of wine country and one of my favorite places in the world because of my deep connection to the land, people, and wines of Prosecco”.

Champagne: vendite 2011 in ascesa vicine ai livelli del 2008. In barba ai carneadi…

Fonte: Le Mille Bolle Blog

Fossi nei panni del CIVC non ci penserei un attimo a dare un premio ad un carneade del giornalismo italiano che ai primi di gennaio di tre anni fa, da bravo propagandista e agit prop dello “spumante italiano” qual è, prendendosela con l’allora direttore di Rai Uno Fabrizio Del Noce reo di aver brindato all’arrivo del 2009, in occasione della diretta per il Capodanno 2008 di Rai Uno, brandendo una bottiglia di Champagne e non di “spumante” italiano, aveva proclamato tronfio che “in Italia calano finalmente le vendite di Champagne”. Contestando per di più l’evidenza che le bollicine francesi fossero “da sempre uno dei simboli delle feste”.
Pagato lo scotto dell’annus difficilis 2009, dove le vendite, in tutto il mondo, calarono e toccarono il punto più basso degli ultimi anni, scendendo sotto i 300 milioni di bottiglie contro i 322,5 del 2008 e i 338,7 del 2007, (in Italia passando dai 9,4 milioni del 2008 ai 6,8 del 2009, ma il calo nel 2009 sul 2008 era stato ovunque, nel Regno Unito da 36 a 30,5 milioni di pezzi, negli Usa da 17,2 a 12,6, in Germania da 11,6 a 10,9, in Belgio da 9,9 a 8,2), lo Champagne, forse per merito dell’eno-fatwa lanciata dal propagandista dello “spumante”, ha ripreso a volare.
Le vendite di Champagne nel 2010 sono risalite a 320 milioni di bottiglie, praticamente lo stesso livello del 2008, in Italia  a 7,2, e quindi si può tranquillamente affermare che la crisi del 2009 sia stata riassorbita, anche se il record storico di 339 milioni di bottiglie del 2007 rimane lontano. E per quanto riguarda l’andamento delle vendite in questo 2011 appena concluso le previsioni e le stime sono più che ottimistiche.
In un articolo pubblicato nell’edizione on line della rivista specializzata britannica Harpers il wine writer Geoffrey Dean sostiene che non si può parlare assolutamente di crisi, visto che le vendite nella zona euro sono in aumento del 4,2%.
Nel Regno Unito importanti rivenditori parlano di un aumento delle vendite di Champagne nel periodo natalizio e di fine anno intorno al 25%.
Sul Wall Street Journal la giornalista Marion Issard inizia il proprio articolo con un’espressione molto eloquente: “Champagne sales are bubbling again”, ovvero le vendite di Champagne sono tornate ad essere spumeggianti.
Nell’articolo riferisce che “The world’s largest luxury-goods group, LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton, the owner of fashion and beauty brands such as Louis Vuitton and Guerlain as well as several champagne labels, recorded 15% sales growth over the first nine months of 2011”, ovvero che le vendite del gruppo più importante sono salite del 15% nei primi nove mesi dell’anno, e riporta un altro significativo punto di vista, quello del portavoce del gruppo Pernod Ricard’s: “Though sales may not reach the levels seen before the crisis, “we’re getting closer,” said Stephanie Mingam, the spokeswoman for drinks group Pernod Ricard’s champagne division, which owns Mumm and Perrier-Jouët champagne”.
Ovvero che se pure le vendite non toccheranno i livelli di prima della crisi del 2008, si stanno avvicinando a quel vertice.
In un articolo, già ricordato qui, del quotidiano francese Le Parisien Thibaut Le Mailloux, direttore della Comunicazione del Comité interprofessionnel des vins de champagne (CIVC) ricordando la crescita delle spedizioni del 3,5% nei dieci primi mesi dell’anno ha dichiarato come potete leggere qui: “Même si nous ne battrons pas le record de 2007 avec 339 millions de bouteilles expédiées, nous tablons cette année sur un volume de 327 à 330 millions”.
Ovvero che se anche non si batterà il record del 2007 (quindi in epoca prima della crisi) con 339 milioni di bottiglie vendute, noi puntiamo ad arrivare quest’anno ad una cifra tra i 327 ed i 330 milioni”, contro i 320 milioni del 2010.
Il direttore della comunicazione del Civc parla di vendite in forte crescita in Giappone (+20%), Germania (+14,5%), Belgio (+12%). E annuncia l’apertura di un bureau a Mosca dove le vendite sono cresciute dell’85% e prossimamente in Brasile dove le vendite segnano un più trenta per cento.
Ma non ci aveva detto qualche carneade, portavoce della bizzarra teoria del sorpasso dello “spumante italiano” sullo Champagne e di qualche altra eno-bischerata bollicinara, che “finalmente le vendite di Champagne in Italia” e nel mondo erano calate e destinate a calare?
Lui sì che di previsioni se ne intende…

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Attenzione!

Non perdetevi, su Vino al vino, qui

l’incredibile vicenda del Capodanno valdostano al Prosecco!